• 14 giu

    2025

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Sviluppi e problemi del private equity

L’AIFI ha recentemente pubblicato il rapporto sul mercato italiano del Private equity (d’ora in poi PE) comprensivo del venture capital e redatto con la collaborazione di PWC per l’anno 2024. I dati in esso contenuto fanno parte di un database europeo, il quale consente anche alcuni interessanti confronti internazionali. In contemporanea è stato anche pubblicato il Global private equity report 2025 redatto da Bain & Company, che analizza la situazione del settore a livello mondiale e nelle singole sue maggiori componenti territoriali facendo anche alcune interessanti previsioni per i suoi futuri sviluppi connessi specialmente con l’evoluzione degli investimenti in software, nel comparto della digitalizzazione e nell’intelligenza artificiale.
In tali documenti colpiscono il ruolo quali quantitativo del PE nel sistema economico e finanziario del nostro paese e le sue evoluzioni nel mondo e quindi anche da noi negli ultimi anni. Tali elementi infine aiutano a valutare ciò che potrebbe accadere in Italia e nel mondo in questo anno 2025, che ci offrirà un panorama molto diverso da quello del 2024 a sua volta differente da quello degli anni immediatamente precedenti.
Gli operatori del settore in Italia nel 2024 sono stati 238, con un aumento del 14% rispetto all’anno precedente. 209 di essi hanno effettuato almeno un investimento nel corso dell’anno soprattutto nel settore dell’early stage e del buy out. I suddetti operatori a fine anno avevano partecipazioni in circa 2400 imprese italiane per un controvalore (al costo storico di acquisto) di oltre 85 miliardi di euro, di cui 56 miliardi circa investiti da soggetti internazionali. Alla stessa data essi avevano riserve da investire per circa 16 milioni di euro. Nel complesso l’attività di PE in Italia è quindi ormai molto rilevante sia in termini assoluti sia in termini relativi e nel corso del 2024 ha avuto uno sviluppo inatteso. Sono aumentati infatti sia il numero degli operatori che hanno raccolto fondi nel mercato sia quelli che hanno investito sia quelli che hanno disinvestito, dimostrando una grande elasticità del settore testimoniata in effetti soprattutto dal continuo rinnovamento del portafoglio aziendale. Anche i capitali raccolti nell’anno sono fortemente aumentati e nel 2024 sono stati quasi il doppio di quelli dell’anno precedente.
L’attività che sto analizzando è fortemente concentrata in alcune regioni, fra le quali spiccano Lombardia (di gran lunga quella più coinvolta), Lazio, Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia e Toscana, e interessa in primo luogo imprese di piccole e medie dimensioni.
Anche i disinvestimenti sono aumentati nel 2024 diventando pari a tre volte quelli del 2023 e superiori, seppur in termini relativi più contenuti, rispetto a quelli degli anni precedenti. In massima parte tali disinvestimenti si sono realizzati mediante vendite pure e semplici nel mercato e in cessioni ad altri operatori del settore.
Il PE in Italia si è quindi confermato una realtà finanziaria estremamente importante e ha raggiunto livelli record proprio nel 2024, che passerà alla storia come l’anno della sua grande ripresa dopo un modesto 2023. I motivi di tale successo sono diversi e comprendono la piena maturità del settore, la crescente esigenza di capitale da parte del mondo imprenditoriale, il buon andamento del mercato finanziario, la discesa dei tassi di interesse, la modesta inflazione e in generale l’aumento del valore delle imprese, i cui prezzi sono saliti notevolmente. Tali considerazioni sono valide anche a livello mondiale, come dimostra il rapporto di Bain & Company, che giudica il 2024 come il miglior anno per il PE dopo la grande crisi del 2007-2008 e che può rappresentare il trampolino di lancio per un nuovo periodo di sviluppo.
Esso constata che il numero e il valore dei deal, degli exit e della liquidazione dei fondi chiusi, così come quelli dei capitali raccolti sono saliti al pari delle attività complessivamente gestite. Ciò vale soprattutto per l’Europa, ma anche per il resto del mondo. Pure i multipli per il calcolo del prezzo delle imprese coinvolte nelle operazioni di PE sono cresciuti, arrivando nel 2024 al 5% circa in più rispetto all’anno precedente e raggiungendo il livello di 12,1 volte l’Ebitda.
Le interviste effettuate per la redazione del rapporto hanno ipotizzato ottime prospettive per il 2025 specie per il miglioramento atteso dell’ambiente in cui avvengono le vendite delle partecipazioni detenute dagli operatori del settore, per le conseguenti migliori loro valutazioni, per il più rilassato clima economico e finanziario generale, per la competizione fra gli acquirenti e i venditori, per la ridotta volatilità dei mercati dei servizi, delle valute e delle merci.
Unico aspetto critico nel panorama suddetto sarebbe la riduzione della remunerazione dei capitali investiti, la cui discesa sarebbe costante a partire dal 2014, pur rimanendo ancora prossima al 10% del totale del valore delle attività gestite.
Successivamente alla pubblicazione dei dati contenuti nei due rapporti il mondo è purtroppo cambiato sostanzialmente in modo del tutto diverso da quello che essi attendevano. Il generale clima economico, finanziario e politico è entrato in crisi specie sotto i colpi delle decisioni prese dalla nuova amministrazione americana. Tutte le fonti più o meno ufficiali hanno previsto negli ultimissimi tempi un forte rallentamento dello sviluppo del Pil in molti paesi, fra i quali anche il nostro, e ci si sta avviando verso la stagnazione o, peggio ancora, verso la recessione o, ancora peggio, verso una sorta di nuova stagflazione. La domanda e l’offerta di partecipazioni nel mercato da parte gli operatori di PE si sono quindi fermate. Molte operazioni, anche se già progettate, sono state rallentate o annullate. La svolta negativa dei mercati azionari, l’inflazione che non scende più così come non scendono più i tassi di interesse, la rarefazione della liquidità nei mercati finanziari in generale, la drammatica situazione in cui è precipitato il commercio internazionale, il protrarsi delle guerre che non accennano a fermarsi e altri fenomeni che purtroppo tutti conoscono bene, fanno ritenere che avremo un 2025 non così brillante come il 2024 e forse neppure come i tre anni precedenti. Il livello dei multipli prima citati è sceso con l’insoddisfazione di compratori e venditori, i quali sembrano essersi messi in attesa sperando che la crisi di quest’anno possa essere superata senza troppi danni.
Che cosa accadrà è difficile dire. Innanzi tutto, sembra ben difficile invertire la rotta a metà anno, quando ormai ciò che avrebbe dovuto essere fatto è stato bloccato e la rimessa in sesto non può essere immediata. È comunque lecito presumere che le difficoltà attuali non abbiano carattere strutturale bensì siano temporanee e che il ruolo conquistato dal PE nel mondo e anche in Italia non possa essere facilmente ridimensionato, pena gravi conseguenze per la ripresa dell’economia in generale oltre che di quella delle singole imprese potenzialmente in esso coinvolte. Occorre quindi pazientare e sperare che la razionalità delle decisioni dei reggitori del mondo, la cui azione condiziona quelle di tutti noi e quindi anche degli operatori di PE e delle loro partecipate attuali e potenziali, possa tornare a livelli accettabili.

Roberto Ruozi