Nel 2025 l’Italia si trova ad affrontare uno scenario macroeconomico particolarmente complesso, definito dall’intensificarsi delle tensioni geopolitiche e dall’irrigidimento delle dinamiche protezionistiche a livello globale. Il protrarsi dei conflitti in aree strategicamente rilevanti – Ucraina, Medio Oriente e Asia-Pacifico – continua a generare shock sull’offerta globale, mentre gli Stati Uniti, sotto una leadership economico-nazionalista, implementano una politica commerciale aggressiva, fondata su dazi selettivi anche nei confronti di partner storici come l’Italia. Tali fattori esogeni si trasmettono all’economia nazionale attraverso molteplici canali: interruzione delle catene globali del valore, aumento dei costi energetici e delle materie prime, erosione dei margini industriali, instabilità finanziaria e contrazione della fiducia tra imprese e investitori. Per un’economia strutturalmente orientata all’export, con un elevato grado di integrazione nei flussi globali, l’attuale contesto rappresenta una sfida sistemica senza precedenti. In tale quadro, si impone una riflessione strategica sul ripensamento del triangolo virtuoso tra sistema bancario, apparato produttivo e intervento pubblico, al fine di ridefinire in chiave proattiva le politiche industriali, commerciali e creditizie.
I canali di trasmissione degli shock esterni: settori vulnerabili e dinamiche di propagazione
L’impatto degli shock globali sull’economia italiana si articola lungo una catena di trasmissione complessa. In primo luogo, i conflitti in aree nevralgiche hanno determinato la disarticolazione di rotte logistiche strategiche, con conseguente aumento dei tempi di consegna e dei costi di trasporto e approvvigionamento. I settori maggiormente esposti sono quelli ad alta dipendenza da input internazionali: automotive, meccanica avanzata, chimica fine, farmaceutica. L’agroalimentare, in particolare, è colpito dalla marcata volatilità dei prezzi di cereali, fertilizzanti e oli vegetali, con ripercussioni immediate sulla struttura dei costi di produzione. In secondo luogo, la dimensione energetica rappresenta un ulteriore fattore di vulnerabilità. Con una dipendenza esterna pari al 75% del fabbisogno, l’Italia risente in modo amplificato dell’incremento dei prezzi del petrolio (Brent oltre i 105 USD/barile nello scenario assunto) e del gas naturale liquefatto, i cui costi risultano in aumento del 32% su base annua. Le imprese energivore subiscono una contrazione significativa dei margini operativi, mentre l’impossibilità di trasferire completamente i costi sui prezzi finali – in un contesto di stagnazione della domanda e bassa elasticità al prezzo – ne compromette la competitività. Il terzo vettore di trasmissione è costituito dalla politica tariffaria statunitense. Dal 2024, l’amministrazione USA ha introdotto dazi selettivi fino al 25% su veicoli e componentistica, tra il 15% e il 20% su prodotti agroalimentari, e fino al 18% su acciaio e alluminio. Secondo le analisi di SACE, nel primo semestre del 2025 l’export italiano verso gli Stati Uniti ha registrato una flessione del 12,3%, con cali marcati nei settori dell’automotive (-21%), dei macchinari industriali (-14%) e dell’agroalimentare (-9%). La risposta europea, debole e frammentata, ha accentuato l’esposizione italiana. Con gli Stati Uniti che rappresentano il 9,1% delle esportazioni italiane, il rischio sistemico è rilevante. Una simulazione del Centro Studi Confindustria stima che un dazio del 15% sulle esportazioni UE-USA potrebbe comportare per l’Italia una perdita potenziale fino a 22,6 miliardi di euro.
Sistema bancario, accesso al credito e politica industriale: convergenze necessarie
In risposta a uno scenario economico instabile, il sistema bancario italiano – dopo un decennio di deleveraging – sta ridefinendo le proprie strategie allocative lungo tre direttrici principali: Prioritizzazione settoriale: riorientamento del credito verso filiere ad alto valore aggiunto e potenziale trasformativo, quali tecnologie pulite, digitalizzazione avanzata e infrastrutture resilienti; Innovazione finanziaria: sviluppo di strumenti alternativi al credito bancario tradizionale (minibond, private debt, cartolarizzazioni); Sinergie pubblico-private: rafforzamento delle garanzie pubbliche, con una dotazione del Fondo di Garanzia per le PMI stimata – nello scenario assunto – in 40 miliardi di euro. Parallelamente, il ruolo dello Stato evolve da garante passivo a promotore attivo di politica industriale. Il Piano Industria Italia 5.0, con una dotazione triennale di 75 miliardi di euro, mira a rilanciare l’innovazione tecnologica, incentivare il reshoring e accelerare la transizione ecologica. Tra le misure previste: superammortamenti al 150% per investimenti in beni strumentali avanzati, crediti d’imposta fino al 40% per attività di R&S e la creazione di un fondo sovrano a sostegno delle filiere strategiche. Tutti gli interventi si collocano nel perimetro delle normative europee sugli aiuti di Stato (regolamento de minimis, GBER, Temporary Crisis Framework). Inoltre, la politica commerciale italiana agisce in sinergia con le istituzioni comunitarie nell’ambito della politica commerciale comune, partecipando attivamente ai negoziati multilaterali e bilaterali con Washington.
Scenari macroeconomici 2025-2026: crescita, investimenti, inflazione
Sulla base delle interazioni tra fattori esogeni e dinamiche interne, si delineano tre traiettorie evolutive: Il 2024 si è chiuso con un incremento del PIL reale pari allo 0,9%; per il 2025, si prevede un rallentamento della crescita allo 0,5%, condizionato da vincoli esterni, da una ridotta propensione all’investimento e da un’incertezza prolungata; il 2026 offre una biforcazione scenariale: nello scenario base, il PIL crescerebbe dello 0,6%, mentre nello scenario ottimistico – in caso di piena attuazione del Piano Industria Italia 5.0 e attenuazione delle tensioni internazionali – la crescita potrebbe raggiungere l’1,2%. Gli investimenti fissi lordi seguono un andamento asimmetrico: una contrazione dell’1,2% nel 2024, un recupero allo 0,8% nel 2025 e una crescita più sostenuta, fino al 2,0% nel 2026 nello scenario favorevole. Tuttavia, la polarizzazione tra imprese digitalmente avanzate e PMI escluse dalla trasformazione tecnologica rischia di accentuarsi. L’inflazione, dopo un picco IPCA del 5,4% nel 2024, è attesa in decelerazione: 3,1% nel 2025 e 2,4% nel 2026 nello scenario più favorevole. Persiste il rischio che una dinamica inflazionistica da costi si strutturi, ostacolando il riallineamento salariale e l’ancoraggio delle aspettative. Il mercato del lavoro evidenzia una moderata stabilità, con un tasso di disoccupazione previsto al 7,9% nel 2025 e in flessione fino a un intervallo tra 7,7% e 7,4% nel 2026. Tuttavia, il mismatch formativo – in particolare nell’ambito STEM – e i divari territoriali, soprattutto nel Mezzogiorno, restano criticità persistenti.
Linee di policy per una resilienza trasformativa
Per trasformare uno shock esogeno in leva strategica di rilancio competitivo e sistemico, si rendono necessarie azioni convergenti lungo quattro direttrici: Rafforzare la governance economica nazionale, con un coordinamento strutturato tra Governo, MEF, Banca d’Italia e sistema bancario, in sinergia con le istituzioni europee; Accelerare gli investimenti infrastrutturali, sia materiali (logistica, energia, trasporti) sia immateriali (connettività, cloud, data center), con particolare attenzione alle aree periferiche e a bassa densità produttiva; Ricalibrare gli strumenti fiscali pro-innovazione, per massimizzare la partecipazione delle PMI, attraverso incentivi, formazione specializzata e agevolazioni all’accesso al credito; Diversificare i mercati di sbocco dell’export, con una strategia organica di diplomazia economica e internazionalizzazione, guidata da ICE, SACE e SIMEST, focalizzata su Asia-Pacifico, America Latina e Africa. Nel contesto attuale, l’Italia si confronta con una duplice sfida: proteggere la propria base industriale dagli shock globali e, al contempo, riposizionarsi nella nuova geoeconomia multipolare. Ciò richiede un patto strategico tra sistema produttivo, finanza e governance pubblica, orientato a resilienza, competitività e sostenibilità di lungo periodo. In una prospettiva di risk management sistemico, l’ipotesi di una tregua strutturata nel conflitto israelo-palestinese – attualmente oggetto di negoziazione in Egitto con il coinvolgimento di attori multilaterali – si configura come variabile exogena potenzialmente capace di ridurre l’intensità e la volatilità di una delle principali fonti di rischio geopolitico attivo. La concretizzazione di un accordo, pur soggetta a elevata incertezza negoziale, potrebbe generare effetti positivi su più livelli di analisi del rischio: una parziale ricompressione del country risk premium nell’area MENA, una stabilizzazione delle aspettative sui prezzi energetici (in particolare gas naturale e greggio Brent) e una riduzione dei fattori di stress nei modelli di scenario integrati utilizzati per la pianificazione strategica di istituzioni finanziarie e imprese. Inoltre, l’attenuazione delle tensioni nella regione mediorientale rafforzerebbe le condizioni per una gestione più efficace del rischio sistemico europeo, riducendo l’esposizione a shock asimmetrici e migliorando la capacità di assorbimento degli shock residui attraverso meccanismi di policy coordination e strumenti di risk sharing sovranazionali. In tal senso, l’evoluzione del quadro geopolitico potrebbe rappresentare un elemento di mitigazione endogena nel bilanciamento tra resilienza industriale, sostenibilità finanziaria e stabilità macroeconomica.
Cristina Di Silvio